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8 Gennaio 2001, Bombay

Frastornato dopo un viaggio di ritorno interminabile comincio a rimacinare lentamente le prime impressioni. Le più abbaglianti. Come globi di luce mi attraversano la fantasia sovraccarica di immagini.

Troppe cose tutte assieme!

Le scimmie, l’incantatore di serpenti, l’elefante.
I templi, le mucche, i mercati . Poi ancora il deserto, le tende, i cammelli. E poi i topi. Madre de Dios.

I forti, le città. I derelitti . I bambini, le mance. La nebbia, lo smog..

In una sosta non so dove, una bimba si china in tutta fretta a raccogliere lo sterco fresco di una vacca. Combustibile prezioso.
Trasportata in un catino, viene subito ritagliata, appiattita come una pizza e messa al sole sopra un tetto di solito. Ad essiccare.
Questa frittella servirà ad alimentare del fuoco. Sopra, dentro un padellone concavo annerito cucineranno di tutto. Poi, accucciati, in cerchio, con i talloni che toccano terra (posizione improbabile per noi) la sera approfitteranno di quel poco calore per riscaldarsi .

Le donne sono avvolte da veli variopinti. Eleganti, talvolta trasportano pesi formidabili sul capo. Acqua, stoppie. Sabbia, bucato.
Arrivano da lontano con incedere certo. A volte sorridenti, con questi pesi incredibili ancheggiano e avanzano come funambole per le strade scassate.

Le fortezze, baluardi del passato, incombono sulle rupi. Con i bastioni, le mura possenti . All’interno, al sicuro, il palazzo dei Maraja. Gli intarsi preziosi, le grate trasparenti di marmo cesellato da dove la regina osservava senza essere vista.
Gli specchietti rifrangono centinaia di immagini riflesse. Quasi per spezzettare e poi ricomporre l’osservatore. Nell’ unità del sé. Immagine tanto cara ai Buddhisti.
Nelle Upanished si parla molto dell’immagine riflessa. Unità è presa di coscienza del nostro io diviso. Una confederazione di anime dentro di noi. Come dice qualcuno.
Che tanto spesso conculchiamo e disconosciamo. Ma che anelano ad uscire per raggiungere appunto: l’ unità.

Il palazzo dei venti a Jaipur. Quante volte ho sognato di poterlo toccare.
Di fronte, di lato, dappertutto, una baraonda di suoni, di clackson e di rumori. Il fumo denso dei motori a due tempi. La guida a sinistra. I derelitti, i lestofanti, i bambini.
Ti prendono per i pantaloni, si aggrappano, ti tirano, ti strattonano ti chiedono. Conoscono bene come fare. Petulanti accorrono e cominciano a sciorinare una cantilena. Come un Mantra. One pen! Sarà una penna o un penny ?
Chissà! Non hanno nulla. Ogni cosa può servire. Ma non se ne vanno mai.

Nei mercati si fa bargaining. Le trattative sono estenuanti. I meno avvezzi, seguono uno di loro che con una scusa ti mostra il negozio. Si possono concludere buoni affari. Ma non sempre.

Un ometto che vive per strada possiede un vecchio apparecchio fotografico. Forse un dagherrotipo. Armeggia misteriosamente all’interno e scatta una foto terribilmente sfuocata. Una mucca gli passa accanto. Poco più in la un bus traboccante di anime magre e con le griglie di ferro ai finestrini spinge senza pietà nel traffico bloccato.

La mucca sacra continua a spargere cacca dappertutto.

A Dehli si nasce, si vive e si muore sui marciapiedi. Piccoli teli di fortuna (un eufemismo) sono il soffitto per intere famigliole. Dormono ammucchiati, forse abbracciati nei loro cenci puzzolenti.
La mattina un focherello fuori della tenda per scaldare chissà cosa.

Cacca e pipì si fanno per strada, nei vicoli, contro i muri. Non c’è intimità. Ma un poco di discrezione. Non ci sono gli sfacciati.
Gli uomini si accucciano anche per fare pipì.

Ad Amber saliamo sul dorso dell’elefante. Enorme, lento, possente ci trasporta su fino alla rocca.

In una goletta fuori Jaipur c’è una colonia di scimmie. Centinaia .
Non ci sono molti turisti. Più su, sulla collina c’è il tempio del sole.

Il nostro autista è un Sik. Porta il turbante durante il giorno. La sera si cambia ed indossa una specie di pigiamino. Si cambia il turbante. Per la notte.
Porta la barba. La arrotola non si sa come e la riporta su per le gote fino al capo. Tra i capelli. Sotto il copricapo. Forse. Nessuno ha mai controllato.
E’ un uomo fiero, elegante, affidabile. Buono.

Nel deserto abbiamo dormito sotto le tende. Orione non ha mai smesso di imperversare nel firmamento. Con la sua spada minacciosa.

Che bella Jaisalmer! Finalmente non ci sono veicoli. C’è calma.

Pollo, pollo, pollo. Sempre pollo. A volte montone. I sapori sono quasi sempre gli stessi. Purtroppo uguali.
I Jainisti sono vegetariani. Molti non mangiano le uova. Perché contengono : vita.
In compenso erigono templi in marmo cesellato veramente splendidi.

Nell’iconografia del passato c’è il Kamasutra. Le posizioni dell’atto d’amore. A volte anche scolpite nell’arenaria dei templi.
Anche i lebbrosi fanno l’amore in India. Per fortuna.

Scene di vita agreste ci accompagnano lungo il viaggio. Le donne sono sempre presenti. Inconfondibili. Avvolte nei loro Saari. Ricurve nei campi di riso, oppure a mondare il Chili. Con cavigliere, orecchini. La goccia rossa sulla fronte. Gli occhi neri, gli sguardi intensi. Le mani consumate dalla fatica.
Alcune capanne, forse delle stalle, ricordano i Tucul africani del Cameroun. Due buoi tirano un attrezzo tra i campi. Un ometto magro li conduce e se ne sta in piedi. Scatto una foto e mi chiede one pen. Sarà una penna o un Penny ?

A Desnoke c’è il tempio dei topi. Centinaia di topi che corrono, si arrampicano, dormono, bighellonano. Sono nutriti e considerati delle reincarnazioni. Ti arrivano sui piedi. Scalzi per precetto, naturalmente. Alcuni fedeli si sdraiano in adorazione sul pavimento pieno di urina e di cacca di topo. Ancora cacca . In India non ti abbandona mai .

Un Sadu è un uomo di preghiera. Vive di elemosina e porta addosso tutto quello che ha. Per alcuni sono dei santi.
Ne incontro uno in un villaggio. Mi viene in mente Shiddarta. Uno dei miei libri più riletti. Ripenso ad Hermann Hesse. Ai suoi viaggi in India. Alla sua ricerca interiore, al suo contatto con Jung. Al celebre dialogo con Govinda. Dove annuncia che solo chi smette di cercare ha trovato l’unità. E solo chi ha trovato, non cerca più.

Il luogo di chi ha trovato l’unità è dentro di sé. << Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla>> (cfr. Shiddarta)

Poi Udaipur, la Venezia dell’India. I palazzi, lo sfarzo, il lago. Immagino gli Inglesi la prima volta che capitarono li.

E ancora Gandhi. La grande anima. La marcia del sale. Le sue ossa piccine. I suoi digiuni. La non violenza. Attiva. L’indipendenza.

Quanti di noi sanno ancora aspettare che gli eventi si compiano? Astuti finti conoscitori del nostro animo viviamo nell’illusione di raggiungere una specie di perfezione escogitata. Quasi ideale. E in questo bel sogno, ci rotoliamo e dimentichiamo che stiamo vivendo. In ogni istante. Come diceva Oscar Wilde.

Shiddarta diceva che nulla è imperfetto. E’ solo un atteggiamento del nostro animo che ci fa vedere il mondo così.
Siamo tutti così bisognosi, ma proprio per questo perfetti. Basta saperlo riconoscere.

Nel nostro mondo western la velocità ha preso il sopravvento sopra la calma. La comunicazione non passa più attraverso lo sguardo. Un cellulare è più rapido ed efficace. Il denaro è quasi unica fonte di benessere. Il tempo va sempre riempito.

Ammiccare al sole è tempo perso?

Ma dove sta scritto che dobbiamo primeggiare?

Questa, ed altre mille cose che arriveranno piano alla memoria, è per me India. L’atmosfera che mi sta lasciando dentro .

Un luogo prezioso. Una occasione per conoscere, acquistare, osservare, annusare, capire e…riflettere un poco.

Maurizio Paoli

27 Agosto 2001, Essaouira

I nomi del Marocco evocano immagini.

Le sensazioni ti arrivano verticali giù fino all’ anima. I suoni ed i suonatori ti rincorrono e ti accompagnano. E confermano di essere in quel luogo. Poi gli odori, gli aromi, i profumi che saturano l’ aria. Difficile trovar spazio per i vuoti nel Magreb. Perfino il deserto è pieno di stelle. Per fortuna.

Ad Essaouira la mattina presto la nebbia ti avvolge e si infila dappertutto. Poi arrivano i pescatori con i loro legni malandati e puzzolenti. Le reti colorate che riversano il bottino sulle piattaforme del porto. I gabbiani, roteano infaticabili in attesa del boccone mattutino.
Più tardi incomincia ad animarsi la Medina. Portoghese di costruzione. Bianca con le finestre blu. Come in Grecia. L’ oceano è terribilmente freddo. Impossibile fare il bagno.
La città sembra un aquerello. La sferza dell’ aria non ti lascia quasi mai. Fa freddo la sera.
Ma è così bello.

A Marrakech c’è la piazza. Al tramonto si anima e si accende. I giocolieri ed i serpentari improvvisano degli shows. Il fumo dei banchetti si alza e si sposta in una nube compatta. Gli stregoni e gli imbonitori raccolgono audience intorno a loro. Chi ci casca pagherà qualche Dirhan. Poi l’hennè. Haisa con lo Chador e gli occhi verdissimi ti prende all’ improvviso e ti decora un braccio. Le donne si adornano di tattoos. I piedi e poi le mani. Come in un film. Ma è tutto vero qui.

Nel Suk ci si infila dondolanti e a bocca spalancata. Lo stupore ti accompagna e ti riempie l’ animo. La contrattazione è veramente estenuante, ma impossibile da evitare. Si discute per tutto. Dalla cena alle babbucce.

A Fes dei musici ti vengono incontro con i tamburi e le nacchere di metallo. Flauti e chitarrine danno melodia al ritmo indiavolato della percussione. Le vasche dei tintori di pellame puzzano da morire. Ed alcuni lavoranti ci si infilano fino alla cintura. Per schiacciare, tirare, sciacquare e chissà cos’ altro.
Per strada si incrociano muli. Carichi fino a crollare. Un conduttore urla : balak (attenzione)
I bambini ti seguono ma non ti importunano. I derelitti stanno seduti sul lastrico e mormorano qualcosa rassegnati. Aziz la guida, racconta il suo scontento per un Re che non si occupa della povera gente. Un laureato sa troppe cose e potrebbe farsi strane idee. Per questo viene controllato dal regime. I dottori vivono male. Dice Aziz.

Nella Kasbah c’è calma. Il luogo è più raccolto. Il fango e la paglia rendono i muri massicci nell’aspetto. Ma fragili. Quando piove crolla tutto. Ma quando piove?
Il set di “The nel Deserto” è li da toccare. Incredibile. Quante volte ho sognato di visitare quei luoghi.

Nel deserto ci sono le stelle. Quando ti sdrai a testa all’ insù si apre il sipario e si accende la più bella delle scene. I puntini sono infiniti. La notte fa da quinta e rimanda il più appassionante degli spettacoli.
“Il cielo stellato sopra di noi…”recita Kant.

A Gorges de Todra c’è un guado. Un albergo chiude la valle. Le rocce a picco sopra il fiume ti confondono. Ma dove siamo mai? Ho lasciato il deserto da poco.

A Meknes una guida parla Toscano e di cavalli Maremmani. A Volubilis c’ erano i romani. Il cardo ed il decumano ne testimoniano la presenza. Due nidi di cicogna sopra il ninfeo, troneggiano con le loro paglie sgraziate.

A Erfoud fa caldo. Un caldo terribile. Siamo sul confine con L’Algerie. La legione straniera è qui ad un passo. I fortini di Corto Maltese sono li da acchiappare. I miraggi prendono corpo. Non è più fantasia, quando li vedono tutti.

A Rissani c’è ancora caldo. Quarantasei gradi. Si vendono tappeti, ma non c’ è più forza per contrattare. Anche a Errachidia fa caldo.

Fa meno caldo a duemilaedue. Ma non è ancora fresco.

La musica del film più famoso accende la fantasia a Casablanca. C’ è Humprey. L’ atmosfera fumosa ed un po’ torbida. I bar, i ventilatori scassati. Gli sguardi sfuggenti degli arabi. Gli occhi nerissimi delle donne più emancipate che cedono il passo alle occhiate complici di chi indossa ancora lo Chador.

Ad Azrou, un paesello vicino a Fes c’ è un bordello. Le prostitute grasse, dietro una grata di ferro aspettano gli avventori malcapitati.

In una Kasbah trovo un uomo, forse un vecchio. E’ solo, seduto sopra un sasso all’ ombra. Accanto a sé c’è l’ avanzo di una radio. Una musica araba in sordina gli fa compagnia.

In un Hotel incontro una donna che mi divora con gli occhi. Inshallah.

Il grido del Moatzin incalza implacabile dai minareti e regola il ritmo della giornata.
Durante una cena i camerieri si fermano per pregare rivolti verso la Mecca. Mentre gli avventori continuano a mangiare.

Una zecca impertinente si infila su per la gamba di una bella donna. Ed un ubriaco cade battendo la testa pesantemente. Nessuno lo soccorre. Passeranno minuti prima che venga raccolto.

Un bambino ti fissa negli occhi e ti chiede un Dirhan. Un uomo lo rincorre e lo scaccia con male maniere.

Le tende dei Berberi ammiccano da lontano nel deserto.

Youssef dice che loro sono i più fortunati. Conoscono il denaro ma ne fanno poco uso. Vivono di quasi nulla nel deserto.
Forse hanno capito il gioco delle piccole cose.

Non aspettano I Tartari e non conoscono Godot. Vivono ogni mattino come un risveglio. Con le loro donne, con gli infiniti figli. Il the alla menta.

Nel deserto. Come in un film. Ma non di Bertolucci. Uno nuovo. Inedito. Che si rinnova ad ogni sorgere del sole.

Maurizio Paoli

17 Agosto 2002, Yangon

Di Birmania si parla poco. La Thailandia scintillante oscura il sole di questo bel paese.

Quando arrivi a Yangon d’ Agosto, senti l’ odore della muffa per strada. Gli uomini leggeri passeggiano con il longy, il gonnellino a tubo che li avvolge fino alla caviglia. Un traffico non invadente percorre le vie. Non c’è caos. Non come a Bangkok. E non c’è musica intorno, solo suoni voci e rumori.
La pioggia incessante ti accompagna e ti disturba. I cani sono dappertutto.
Lo sfondo dorato della immensa Swhedagon Paya riscatta un poco l’ impatto così mediocre con la capitale.

Il regime ha incupito l’ aria di questo bel paese. Ha zittito le voci e annichilito gli animi.

Un Birmano di 86 anni, ex maggiore dell’ esercito Britannico, mi racconta di Ne Win il generale dittatore, dei morti ammazzati del 1962 e del programma di governo: la strada birmana verso il socialismo.
In realtà sono pochissimi i benestanti birmani. Tutti militari o simpatizzanti del regime. C’è molta corruzione. I responsabili dell’ energia per esempio, lasciano interi alberghi senza luce per lunghi minuti. E’ il segnale della tangente che deve essere pagata per riattivare il contatto.
Al Pine Wiew Hotel di Kalaw accade ben due volte in un giorno. Di sottecchi il fattorino ci confida che non se ne può proprio più di pagare.
Uno stipendio governativo si aggira attorno ai 10 US$ al mese e la pensione dell’ amico maggiore è di circa 1.500 Kyat al mese (tremila lire).
Oo Khine, la nostra guida, di dollari ne guadagna 50. Ma lei è più fortunata perché lavora per una compagnia privata.

Anche padre Paul della missione di Kalaw ha paura. Lo si legge negli occhi e nella voce trattenuta. Quando vede Khine accanto a noi pensa subito ad una spia. Le parole escono a mozzichi, quasi sottovoce.
Lasciamo tanti farmaci portati da casa. Alla fine in un momento di vociare e rumore il religioso confida a qualcuno i suoi timori.
La posta qui non arriva. Gli emissari governativi leggono tutto di tutti quelli che sono sospetti. Aprono anche le raccomandate. Tutti sono sotto controllo nel Myanmar. I soldi alle missioni si mandano attraverso i turisti. Unico veicolo sicuro.
Ci sono spie dappertutto, ribadisce padre Paul. Quando diventi scomodo ti allontanano e non torni più.
Le scuole nelle missioni sono state requisite da Ne Win. Ora gli insegnanti sono governativi. Le suore ed i teachers liberi sono fuori causa.
A Mandalay lasciamo una busta con dei soldi a padre Jhon. Per telefono tanti ringraziamenti. La voce strinata fa capire che il “brevi manu” è l’ unico modo per far arrivare denaro alle missioni.

Aung San Suu Kyi è fortunata. Non è più in carcere, ora è agli arresti domiciliari a Yangon. Lei è premio Nobel per la pace.

I cartelloni della propaganda governativa campeggiano per le strade con i programmi per lo sviluppo del paese, ormai affondato, purtroppo nella miseria più nera.
Eppure, qualche lieve segnale di apertura si fa strada. Negli ultimi due anni in particolare. Le zone prima blindate ed inaccessibili ai turisti ora aprono lentamente. Ma la gran parte del paese è ancora “off limits”.

A Kyiang Tong, la nostra guida Sai Htun ci racconta della sua devozione al governo. Lo stuzzico un poco a parlare ed escono questi orrori di fuori del tempo :
La democrazia è un pericolo per la libertà. La troppa libertà può portare un paese alla anarchia e alla rovina. Controllare che non si parli di democrazia è un dovere del governo. E’ la garanzia che il programma di sviluppo e rinnovamento del paese si attui.

Siamo nel triangolo d’ oro. L’ albergatore di Kyiang Tong è un ex militare. Lo si capisce dal tono della voce e dagli atteggiamenti da caserma. Scopro che nove anni fa era l’ ufficiale responsabile della zona che si estende fino ai confini con Laos e Thailandia.
Ora è in pensione e mi confida che è abbastanza ricco per poter non lavorare più. Fa l’ albergatore per riempire la giornata. Mi mostra delle cartine con itinerari nuovi per il trekking. Le valli tutt’ intorno sono costellate di villaggi Akka, Palaung e Ann.
A Kyiang Tong visitiamo un orfanotrofio. Una suora che parla l’italiano fa chiamare Charlie. Uno splendido pacioccone di due anni che parla tre lingue (dice lei), strappato al disagio della vita di un villaggio delle colline. Questa suora è dolcissima e forte. Sembra di entrare in una oasi. C’è pulizia. I bicchierini col dentifricio e gli spazzolini sono in ordine sopra uno scaffale. I lettini con le zanzariere raccolte. La chiesa.
Anche qui la scuola, costruita dai religiosi, è stata fagocitata dal governo. L’ insegnante è stata rispedita in Italia senza visto di ritorno. Ora al suo posto c’è una birmana indottrinata.

I bambini in coro ci cantano contenti una canzone.

Nei dintorni di Bagan, abbiamo visto scorrere lungo il fiume una chiatta che trasporta carri armati di fabbricazione cinese. Sono diretti al confine con la Thailandia, ci sono dei problemi nel triangolo d’ oro. Problemi di oppio, ovviamente. Bangkok sta cercando di frenare la produzione di droga. La guida Sai invece serafica riferisce tutto il contrario e addirittura racconta che nessuno coltiva oppio da quelle parti se non per uso medicale, come nei villaggi Akka. Usato per rimarginare le ferite.

La compagnia aerea governativa ha falciato un numero incredibile di vite umane. Per fortuna ora due aziende private sostengono il traffico aereo, in particolare per i turisti. Ma le carrette della Myanmar Airlines continuano a volare con i sedili spagliati ed i portelloni che non tengono più.
Ci salgono solo i birmani.

Eppure è tutto così magico qui. Come sospeso nel tempo.
Il ritmo della vita si è fermato chissà quando e non ha più accelerato. Nelle città, la sera alle nove e mezzo sono tutti in casa. Come un tempo. Nelle campagne, al calar del sole inizia il riposo.
Si cena alle sei e trenta, l’ora del tramonto.
Nei villaggi delle colline di Kyiang Tong l’ora è scandita dal sole e la giornata dura quanto la luce.
Ci sono ancora le tribù, i villaggi animisti con i riti misteriosi e gli oggetti da “ non toccare”. I sacrifici.
Gli Ann uccidono i neonati con difetti fisici e addirittura i gemelli. Per scacciare gli spiriti che hanno ”storpiato” quei corpicini, gli sventurati vengono trucidati pubblicamente. Il villaggio si raduna e dopo altre delicatezze, gli Ann spengono sigari e sigarette sul volto e sul corpo ormai straziato del neonato, fino ad ucciderlo.

Si cammina a piedi nudi nei villaggio. Le donne indossano copricapo incredibili. I figli più grandicelli si prendono cura dei più piccini.
Si fa poco l’ amore e quando capita è solo per procreare. E’ l’ uomo che decide.
Non c’ è plastica. I contenitori sono ancora di terracotta o di pelle. Ma c’è una scuola. Una piccola scuola sulla collina, dove affluiscono i bambini di quattro villaggi. L’insegnante è governativa, naturalmente.

Anche qui c’è stupore, meraviglia. Malgrado tutto.

Le pagode di Bagan al tramonto sono quanto di più suggestivo si possa ammirare. Centinaia di cupole ammiccano tra le piante. Il fiume largo e lento, i monti sullo sfondo.Alcuni pinnacoli d’ oro massiccio luccicano al sole. Al tramonto la foresta rilascia l ‘umido della giornata. L’atmosfera si colora di rosso e le guglie scintillanti sembrano ora sonnecchiare nella foschia e prepararsi alla sera.

Mandalay ci accoglie con le strade inondate dall’ acqua dei monsoni. I fiumi straripati e le fogne inesistenti straboccano tra le case.
Grappoli di abituri punteggiano i nuovi laghi della piena stagionale. I birmani abbandonano queste abitazioni e si ritirano per tre, quattro mesi sui bordi delle strade, accampati tra le masserizie e gli animali domestici in attesa della stagione secca. Quando il lago si prosciuga la terra ritorna fertile e gli sfollati del monsone tornano a casa.

Le case di legno sono sospese su pali come palafitte, nei campi di riso. Pochissimi in Birmania hanno case di mattone. Alla TV passa uno spot dove si reclamizza un generatore di corrente; una coppia di sposi novelli scende la scala della casa di legno e paglia ed accende il nuovo generatore.

Al mercato dei bufali si contratta. Un veterinario sotto una tettoia si occupa di vaccini con un siringone tra le mani, terribilmente usato e scassato. Un laccio nel naso, una corda ed un paletto fissato nel terreno sono la doma per il bovino.
I bambini cavalcano bufali, lungo la strada per Kalaw.

In Birmania si mangia riso, verdura, pollo, manzo, pesce, uova. Ma il ristorante non offre grande varietà. I sapori sono sempre gli stessi.

Eppure…si continua con occhi curiosi, è tutto così diverso quaggiù.

I Birmani sono timidi, riservati, molto religiosi. L’ immagine del Buddha ricorre fino alla noia nelle pagode. C’è la sensazione che la quantità dei simulacri non corrisponda alla loro qualità oppure alla preziosità della lavorazione. Sono tutti uguali tra loro questi Buddha. Centinaia per ogni pagoda. Migliaia di statue uguali tra loro. A volte terribilmente colorate di rosa.
Khine mi parla di reincarnazione, del Karma, di Samsara, del Nirvana. Dell’ oroscopo Birmano. Spietato per chi nasce nel giorno sbagliato.

Nei mercati si trova di tutto. Contrattare è dovere per il turista. Ci sono rubini, zaffiri, giade oltre alle solite cose. Un rubino lo si prende per forza, costa solo nove dollari. Immagino che il gemmologo mi spiegherà in futuro come riconoscerlo da un coccio.

Il lago Inle è spettacolare. Con le lance affusolate ed i potenti motori diesel attraversiamo i giardini galleggianti. Queste zolle di terra, strappate dall’ acqua con lavoro paziente, producono pomodori, verdure, fiori.
I monasteri sembrano galleggiare sull’ acqua. Le barche leggerissime dei contadini che remano coi piedi, come gondolieri veneziani, sono il carro, l’aratro, il trattore di questa gente. Ci si muove solo in barca.

I cappelli a cono di foglie intrecciate dei contadini. I monaci che la mattina escono a piedi nudi per la carità o per un poco di cibo. E’ tutto così…impalpabile.

L’atmosfera è magica, apollinea, sospesa nel tempo, ma c’è ancora qualcosa che manca quaggiù. Qualcosa che non è legato alla miseria e neppure alla religione. Un’ atmosfera che non si spiega, la si respira.

E’ come se Dioniso, Dio controverso dell’ ebbrezza e dell’ energia vitale, fosse in esilio. La musica, la trasgressione, la fantasia, il piacere non accorrono in soccorso. Non ci sono Dervisci danzanti.

La perfezione apparente di un regime è così squallida.

Attraverso l’ebbrezza dionisiaca della libertà, solo dentro l’ imperfezione di una democrazia, con i suoi limiti ed i mille passaggi, comparirà il seme (speriamo presto) dell’ equilibrio. Della vittoria della civiltà sopra la barbarie.

Ecco si, è questo che manca in Birmania. Non c’è musica.
Lo scintillio delle pagode dorate ed il misticismo di una religione serena non sono più sufficienti ad alleggerire l’ animo di chi vive qui.

Manca il suono dolce della libertà.

Maurizio Paoli

Dicembre 2003, Cuzco

Il convoglio non si inerpica, nossignori, nel modo canonico, con curve, ansimare di macchine e dinoccolìo di carrozze.
Lascia la città salendo in diagonale per un tratto, forse tre, quattro chilometri e poi si arresta. Un uomo scende trafelato, sblocca il marchingegno, tira con forza la leva dello scambio e rimonta sul predellino.
Il treno riparte urlando tra le case e sale di un’ altra rampa per tre, quattro chilometri in senso opposto. Si ferma, ridiscende l’ omino, che risblocca un attrezzo. Agisce con forza sulla leva dello scambio e così via. Per cinque rampe a salire.
Quando la locomotiva tira, il macchinista può vedere di fronte a se. E quando la locomotiva spinge, l’ addetto fa segno con una bandierina salendo sul vagone di coda. Apripista della retromarcia.

Tutto questo accade tra le case dell’ ombelico del mondo, come chiamano il Cusco in Perù. Tra lenzuola stese, bimbi che giocano, gote olivastre, cani, polli, mercatini improvvisati, sacchi ricolmi di foglia di coca e finestre ad un palmo di treno.
Non esistono passaggi a livello e sui tetti di coppi, una coppietta di tori in miniatura auspica fertilità e la buona fortuna.

La mattina dall’ alto della collina, dai i finestrini appannati e attraverso la pioggia leggera, il profilo tremulo delle mura incaiche. Poi la sera al rientro da Aguas Calientes, il Cusco scintilla di mille luci. E ritorna al passeggero tutta l’ armonia della costruzione. La geometria delle piazze, la magia dei vicoli, l’ imponenza delle cattedrali.

Si intravedono i muri ad incastro. Mirabilia dell’ artesania incaica. I sassi sono monoliti colossali lavorati con precisione e maestria impensabile ora coi mezzi di allora. Tra le fessure non passa una banconota. Non c’è cemento, né saldante. Le linee sono perfette.
Le mura del Cusco sono ora il supporto oppure il fondamento avvilito della costruzione coloniale. La nervatura è incaica, ormai poco visibile. La parte alta è spagnola. Più recente, decorata, moderna, anche dolce, ma sfacciata e prepotente.

La cultura antica è stata decapitata dalla conquista nell’ idioma e nella religione. La popolazione oppressa era ridotta quasi in schiavitù.
Ma ecco, la lingua Quechua sopravvive. Vivaddio. Così come le mura che fanno da nervo alla città moderna, la lingua antica resiste. Si parla Spagnolo e Quechua a la fois. L’ impero Inca traspare in qualche modo.
La tradizione orale continua. C’è chi si prende cura ancora oggi di trattenere nella memoria quello che è stato tramandato. Un vecchio appassionato, analfabeta del Chinchero, ripete con cura i dettagli e la sua propria storia. E’ un libro vivente che racconta e da vita al passato.
I riti animisti continuano, con i simboli tribali ed i sacrifici alla Pachamama. Poco più in giù dove il rio Urubamba rigonfio diventa impercorribile e si getta nel cuore della Amazzonia, ci sono gli sciamani. I luoghi inalterabili, dove solo lo stregone ha successo ed accesso.

Il cuore si allieta un poco all’ idea che la conquista spagnola non abbia “spazzato” proprio tutto di quello che c’ era da spazzare.
Pizarro il bifolco, era analfabeta. Nel 1532, con un manipolo di uomini e, purtroppo con qualche prete, ha ammazzato, distrutto e annichilito il popolo Inca. Gli uomini piccini e le loro infinite terrazze di pietra.

Con i pezzi dei templi hanno costruito le chiese barocche, decorate per l’ occasione di specchi. Forse per dilatare gli ambienti. Forse solo per riflettere l’ immagine di sè. Un modo per stupire, gli Inca non conoscevano specchi.

Accanto, annesse alle chiese, le officine tetre della inquisizione. In uso a quei tempi. La nefandezza era la risoluzione estrema per i disobbedienti increduli.
In famiglia “se abla Quechua” con una punta di orgoglio.

Machu Picchu è un incanto. Ci arrivi dall’ alto e la trovi di sotto. Con lo Huaina Picchu che la completa. Quasi come una coreografia.
Piove spesso, così nel 1911 all’ epoca della scoperta, la città era letteralmente ricoperta di vegetazione.
Un luogo magico. Le mappe esoteriche degli esperti di magnetismo la registrano tra i siti più carichi di energia.
La guida ci indica un masso particolare, forse rituale. Mi appoggio e un brivido percorre la schiena. Passa velocemente ma rilascia benessere.
L’ Urubamba ruggisce dal fondo del dirupo e invita a continuare verso l’ Amazzonia opulenta e misteriosa.

A Puno a 3.700 mt e sul lago Titicaca l’ aria è leggera. Arrivando dalla bella Arequipa, si comincia a soffrire il soroche (mal di montagna). Il cerchio alla testa non ti lascia quasi mai, il respiro è breve e l’ aria sembra che non basti. Dopo qualche giorno il malessere si acquieta.
I locali masticano per questo quantità massicce di foglia di coca. Che non è una droga, ribadiscono sempre con forza. La foglia aiuta l’ organismo a sopportare i disturbi dell’ altura.
In effetti coca e cocaina sono due cose assolutamente : distinte e distanti.

Gli Uros galleggiano sulle isole di canne. Una vita bizzarra la loro. Alacri, sempre ad ammassare canne secche. E’ una questione di sopravvivenza. Il fondo marcisce e se non rinnovassero la superficie, affonderebbero miseramente con le masserizie. Chiedo loro perché non se ne vanno sulla terraferma. Non rispondono, fanno spallucce. Mio padre è nato qui, dice uno, e mio nonno pure, annuisce.

Ad Amantani non ci sono animali. L’isola non ospita cani e neppure gatti, polli o serpenti.
Gli abitanti sono certamente vegetariani ed i bimbi ti guardano discreti, paffuti e coloritissimi. Gli ultravioletti a 3.700 mt bruciano le pelli come cotolette.

La Paz è in Bolivia. Bella più che mai. Sfaccettata e variopinta . Un catino gigantesco che ti avvolge e trabocca di luci fitte. Strade erte che si inerpicano fin sul bordo a 4.100 mt. Il fondo si trova a 3.700 mt
Al centro i palazzoni e tutt’ intorno case piccine. Le luci la sera. Un Natale vivente.
I mercati sono ovunque. In un vicolo traverso c’è quello delle streghe con filtri, amuleti e gli orribili feti di alpaca. Con i ladrones si mercanteggia di tutto

Ad Arequipa c’è il sole. Non Piove quasi mai e ci sono molte donne. Le più belle. Salse e merenghe ti accompagnano per strada. Un posto dove vivere per un poco.

Nasca è lontana con i suoi misteri. Le linee prendono forma dall’alto. Si distinguono solo in volo, graffiate chissà come nella piana di pietrisco scuro. Ma pare che l’enigma sia risolto.

Nel deserto, le mummie della civiltà Paracas sono accucciate in casitas nel mezzo del nulla e di fronte all’ orizzonte del mare, le Islas Ballestas biancheggiano con le colonie infinite di uccelli, i leoni marini, gli amori di battigia e gli urli sgraziati delle otarie.

Il volo del Condor di Chivay è leggero, possente, silenzioso, maestoso. Amico.
Si avvicina a pochi passi, appollaiato sopra una pietra e guarda un po’ di sbieco. Dapprima arcigno, quasi a recitare la parte del macho.
Poi benevolo e dolce osserva senza timore il nostro silenzio.
E ci parla a modo suo.

Nel modo di chi non ha più bisogno di parole per comprendere o far sentire
la propria voce.

Maurizio Paoli

14 Agosto 2003 – Tel Aviv

I confini di Israele

Un minuscolo Moshav a mezza via tra Hadera e Netanya è un ottimo punto di osservazione per chi vuole curiosare nella vita quotidiana di Israele, paese della guerra, sfibrato dai lutti e dalla crisi economica ormai inarrestabile e palese.

Haifa biancheggia da lontano con i giardini Bahai che si inerpicano sul colle e la tagliano in due, ma i turisti sono praticamente scomparsi.
L’ aspetto è opulento, di una città di mare che produce. Dal porto spunta un colossale dock per la raccolta del grano e della farina.
Poco più a nord, i quartieri di Akko , la vecchia Acri, sono deserti, le serrande abbassate ed i commercianti più impavidi, rimasti dopo l’ 11 settembre e l’ intifada, propongono sconti per tutta la mercanzia. 50% ed oltre.
Anche l’ antichissima Cesarea è deserta ed i ristoranti ammuffiti dal disuso.

A Gerusalemme, quasi blindata, la situazione peggiora ed i gruppetti di pellegrini si spostano scortati da pistoleri. Il sacro Sepolcro è semideserto. Il muro del pianto è controllato da due check point all’ingresso e all’ uscita della piazza. La Moschea della roccia è inaccessibile per i non musulmani.
Qualche coraggioso si avventura tranquillamente nel souk del settore arabo, confidente nel proprio aspetto europeo e nella sensibilità di essere riconosciuto come straniero per la calma, la non colpevolezza o la correità nei fatti del conflitto. Il più estenuante del dopoguerra.
Funziona, Santo Cielo! Loro sentono la tua estraneità, per il modo curioso e non impaurito. Ti parlano e ti sorridono, forse per vendere ceramica, forse solo per tirare una boccata d’ aria nel marasma. Un nutrimento prezioso, la normalità, per ritrovare la speranza di ricominciare a sperare.

Ilan e Ruth, i miei amici del Moshav non rinunciano a vivere. Nessuno qui vuole assoggettarsi alla paura. Non ha senso blindarsi nella casa in attesa che la seconda intifada finisca.

Israele vive così. Di speranza, di coraggio e di paura nascosta. Nessuno ne parla. Il fatalismo, il sorriso, la calma sovrastano il disagio. Lo sforzo continuo di vivere malgrado tutto. La rabbia verso il mondo arabo per i loro precetti rigidi e per la ambiguità.

I miei amici del Moshav non credono più in una risoluzione pacifica. Loro sono stati dei moderati, molto critici e mai aggressivi. Ora, non più, credono nel sistema violento di Sharon, che da sempre hanno rigettato.
C’è un velo di tristezza nella voce. E’ facile leggerla nello sguardo di chi finalmente ha una piccola casa con le finestre blu e due splendidi figli da crescere.

< Siamo stati noi a creare questo pasticcio > mi confida Ilan, < Ma ora cosa vuoi fare? Le proporzioni del conflitto sono ormai fuori del controllo e della ragione. Voglio sicurezza per i miei figli. Sharon rende vita dura agli arabi e pan per focaccia. Non c’è proprio da fidarsi di loro. Mi tappo il naso e lascio che qualcuno ammazzi come si deve. Come gli arabi fanno con noi. Se rappresaglia ci vuole, allora sia la benvenuta > e poi ancora < Gli ebrei esistono, che piaccia o no al mondo, ci siamo e vorremmo continuare ad esistere, se possibile in pace >

Scopro con meraviglia che in Palestina non ci sono tracce di confine sul terreno. La risoluzione 181 del 1948 ha assegnato un territorio agli ebrei della diaspora, che non è mai stato demarcato con una riga, una rete, un fossato o pietre miliari.
Esco dal Moshav in bicicletta e Ilan mi trattiene appena in tempo: < Se prendi a destra 3 chilometri sei in un villaggio arabo. Non è prudente! >
La strada però non è interrotta, continua verso est con segnaletica e cartelli. Nulla lascia intuire di aver debordato, di aver passato un confine.

Mi sono sempre chiesto come fosse la vita “oltre” Israele. Ora mi accorgo che questa linea non c’è. L’ asfalto prosegue, non esiste confine e la commistione delle razze e delle religioni è totale. Qui è Israele, laggiù è Arabia. L’osmosi è totale. Ma come è possibile ? Come faccio a riconoscere, a distinguere il mio dal tuo ? Dove sta il limite, il confine ? Non c’è, santo cielo, non esiste.
E’ stato tracciato sulla carta anni fa. I bordi ora sono : il mare a sinistra, il fiume Giordano a destra. Gaza strip è una minuscola zona grigia sulla mappa di Israele. La West Bank non è più indicata sulla carta.
Questo è rimasto della terra di Palestina.

I villaggi dei Drusi sono piccole oasi di pace. Loro sono al di fuori del conflitto ma vivono in Palestina.

Tel Aviv pulsa di vita. La notte i locali e i pubs sono aperti fino all’ alba. Non c’è tensione apparente. Forse attenzione, per il timore di uno scoppio, ma non disagio. La vita continua per fortuna. Nessuno si arrende all’ idea di vivere nella paura.
I diciottenni iniziano la ferma militare per tre anni. Le donne per due. Lungo le strade, sui bus, sui treni, nei locali, questi ragazzi sono dappertutto. Con divise e i fuciloni a tracolla come niente fosse.
Il Coffee Hannan ( caffè delle nuvole) si trova sul punto più elevato delle alture del Golan, ex territorio siriano. Per un gioco di parole richiama il nome di Cofy Annan, segretario generale delle Nazioni Unite. Sul piazzale di questo picco, una soldatessa spiega alle reclute un poco di storia del conflitto con l’ ausilio di mappe da campo. Sono tutti giovanissimi.
Damasco è visibile da lontano, forse 60 chilometri.

Anche gli Hassid, i religiosi vestiti di nero, cappello largo e i boccoli al posto di basette, si trovano dappertutto. Loro ricevono denaro dallo stato, ma l’ economia non è più così florida. Si sta pensando di tagliare questo costo.

Il Kibbuz esiste e sopravvive, ma qualcosa è cambiato. Ora i membri hanno accettato di affittare ad esterni le loro case, in cambio di affitto e denaro fresco. I volontari sono sempre meno numerosi.
Yossy ci si è trasferito in un Kibbuz del nord, con la famiglia. Prima stava ad Elat. Mi racconta di aver contato, appena arrivato, ben 27 colpi di cannone per una scaramuccia tra la contraerea libanese e qualche aereo che aveva sconfinato. Ne parlava sorridendo. Ci si abitua davvero a tutto.

A Zichron Yaacov si produce vino. E’ stato Rotschild il finanziatore della vineria sociale. Netanya è più tranquilla. La spiaggia è zeppa di bagnanti, francesi per maggioranza, chissà perché.
Ruth mi racconta della nonna sfuggita all’olocausto. Di una bellissima storia d’ amore e dell’ intreccio di vite diverse prima unite poi separate dagli eventi. La nascita della madre di Ruth, la scomparsa e solo ora il ritrovamento della vecchia signora, due anni fa dopo oltre cinquant’ anni. L’incontro, i chiarimenti, i ricordi ed i tasselli che ricompongono la storia.

I confini di Israele non ci sono. Perché ? Il buono si confonde col cattivo. La luce con l’ombra. E’ sufficiente cambiare il punto di vista, le parti si invertono e le responsabilità diventano enormi per entrambe le compagini.
Che senso ha separare? Dove? Come? Se l’ osmosi è totale, forse buoni e cattivi possono condividere il medesimo contenitore.
Non è quello che accade quotidianamente nel profondo dell’animo ? E se scendessimo a patti dentro di noi ?

E’ una questione di terra, non più di religione. In fondo quella è da sempre : terra di Palestina.

Maurizio Paoli

13 gennaio ’05, Sana’a

Lo Yemen si offre dolcemente alla vista risalendo verso nord, lasciando alle spalle le colate di lava che si buttano nell’ oceano di Bir Ali e Mukalla, assieme ai coni dei giovani vulcani visibili nelle forme piu’ strane. Ci si infila tra i monti e si prende quota per non abbandonarla mai. Lo scenario è impressionante e la varietà continua. I colli diventano picchi, poi si addolciscono e piano si confondono con il deserto di dune. Nella sabbia, tra le tende beduine, a distanza fanno capolino i pozzi di petrolio, la nuova fortuna per questo angolo di terra poverissimo.
Il deserto si trasforma, le dune si appiattiscono e compaiono i primi villaggi. Le case si elevano in altezza e sono di fango e paglia, lo scheletro misero di legno, e sfidano gli anni.
Shiban, la Manhattan d’Arabia appare d’ improvviso con la “sky line” degna di una metropoli d’occidente. Le case contano anche 7 piani e la luce filtra a fatica tra i vicoli polverosi e semideserti.
La vecchia e spettrale Marib, antica residenza della regina di Saba evoca immagini di sfarzi e fumi di braceri, lungo le antiche carovaniere dell’ incenso, abbandonate negli anni e sostituite dalle navi che percorrevano su e giu’ il mar Rosso sfruttando la spinta del monsone.
Siamo nel cuore dell’ Arabia Felix, nell’ epoca di Salomone dove si narra di un incontro negoziale tra la regina ed il re per la ripartizione del territorio. Dove si racconta della antica diga di Marib e di una valle fertile ricolma di palme e piante da frutta.
Il viaggio continua e le strade d’asfalto si insinuano verso nord tra le valli piu’ impervie. I villaggi sono lontani da raggiungere e la quota arriva fino quasi a 3000 mt. Si sale a piedi oppure con i fuoristrada, aggrappati al traverso del cassone del pick up. Gli infiniti terrazzamenti addolciscono i declivi e sono la testimonianza del lavoro e della operosità di questo popolo straordinario.

A Shahara le case sono di pietra e un ponte antico salta uno strapiombo di almeno 300 mt. Il villaggio appare da sotto, salendo come verso il nido di un’ aquila e la costruzioni sembrano svettare verso il cielo. A 2800 mt, la sera fa freddo. Il cielo è una tempesta di stelle e una luna gialla con la pancia all’insu’ ti fa sentire sopra un pianeta lontano.
Dalle finestre minuscole la luce traspare calda, a volte colorata e spezzettata dai vetri a mosaico dipinti oppure attraverso le lame sottili dell’ alabastro lavorato.
Una strada di fondovalle riunisce Sana’a con Sada’a, ancora piu’ a nord, e tutto intorno una cornice spettacolare di monti e villaggi aggrappati alle rocce ti accompagna. Le costruzioni sembrano dondolare e assomigliano al marzapane delle fiabe, ma sono di sasso, solide e ben ancorate. Thula, la città fortificata è un vero incanto. Una grande cisterna per l’ acqua piovana è scavata nella roccia e le finestre tonde con l’ alabastro sono il segno di distinzione per le famiglie ebree che nel passato hanno abitato il villaggio. Sana’a, la capitale ti avvolge e ti aspira nel suk opulento e colorato. Le case sono dei piccoli quadri, e la visione d’assieme è inverosimile. Dalla porta Bab El Yemen si penetrano le mura e comincia l’avventura nel dedalo dei vicoli, tra gli odori e i suoni.
Rimbaud, il poeta maledetto ha vissuto qui giovanissimo un lungo periodo della sua vita.

Le donne sono velate. Vestite di nero e con una fessura per lo sguardo. Gli occhi velocissimi scrutano intorno e lanciano segnali di ogni tipo. Spesso snelle, eleganti, indossano jeans che si intravedono sotto lo chador. Non ci è permesso di comunicare. A volte si spostano a gruppetti e da lontano compaiono quasi inquietanti con le silouette slanciate e l’ abito nero che svolazza nella corrente dei vicoli.
Delle donne si sa poco. I maschi si prendono cura di loro (cosi’ dicono) e a nessuno è permesso di avvicinarle. A volte le ragazzine scoprono il volto. Il padre consente loro di vendere oggetti ai turisti e spesso diventano una vera fonte di sostentamento. A volte i tacchi delle scarpe western spuntano da di sotto e spesso indossano anche guanti neri. Nei mercati si vendono abiti scollati e biancheria intima. Le donne si levano il velo tra le mura di casa e vestono all’ occidentale per i loro uomini e tra i figli. La mortalità infantile è molto elevata per questo la famiglia è sempre numerosissima. Le turiste non sono sottoposte a precetti e vestono all’ occidentale con pantaloni o altro.

La Jambiya è il grosso pugnale che per tradizione ogni uomo porta con sé sulla pancia e sfoggia con ostentazione, attaccato alla cintura, con la punta rivolta all’ insu’. Un manico di corno finemente lavorato. la lama leggera e affilatissima, a volte penzola in avanti col fodero del colore che meglio lo rappresenta : il verde. Striscioline di cuoio avvolgono la guaina e nel quartiere degli artigiani delle lame di Sana’a si assiste ai passaggi della costruzione di questo attrezzo, indossato come da noi si indossa la cravatta.
Alla Jambiya, il segno della virilità, ora i maschi hanno aggiunto il kalashnikow e la pistola. Si sono aggiornati ma non hanno ancora l’aria aggressiva. I rapimenti sono terminati anni fa con la applicazione di leggi severe. Camminare per strada con il mitra a tracolla è normale. Ti incrociano e ti sorridono. E’ un deterrente, è fatto per spaventare, per mettere in guardia, non per essere utilizzato nella vita comune. E’ normale entrare nel ristorante di strada e ritrovarsi dei fucili sul tavolo mentre i loro proprietari si avventano allegramente con le mani su un pezzo di pollo col riso. Con naturalezza scosti un fucile, e sorridendo ti sfami mentre loro annuiscono.

Lo Yemen è un mondo antico. E’ un paese molto povero. Un salto nel passato per noi occidentali, laggiu’ il tempo si è fermato. Il maschio dell’inconscio collettivo rincorre fierezza, ostenta virilità, cerca la supremazia. L’ atteggiamento è palese, ma lo si intuisce ancor piu’ dalla lettura dei dettagli, dalla mimica, dalle espressioni. Per chi sa andar oltre è facile capire che è solo un atteggiamento, che lo sguardo è sempre pronto al sorriso e alla complicità, che il turista è sempre benvenuto e il dovere della ospitalità veramente inviolabile. Non si avverte mai il senso del pericolo malgrado le armi.

Si percepisce la distanza infinita dei modi, del ruolo dei maschi e delle donne impantanato nei secoli, la difficoltà della comunicazione anche non verbale. La tendenza incredibile ad aggrovigliare situazioni, anche le piu’ elementari. Poi i toni della voce, lo strepitio, il clangore di attrezzi sconosciuti nel bel mezzo di una sala da pranzo. La simpatica confusione che fa sorridere per inutilità. Un ragazzino che vende il pane nella piazzetta rincorre un adulto che per dispetto ha urtato il triciclo. Si scatena un putiferio. Ma tutto finisce in un momento.
Al mercato del qat gli animi si accendono per la contrattazione di questa specie di droga per poveri. Sono foglioline verdi che gli Yemeniti masticano senza deglutire, in continuazione, fino a formare una massa verdastra compatta che gonfia la guancia come una grossa palla. Col tempo il tessuto della guancia si sfibra e spesso si deforma in un cascame di pelle logora.
Accaparrarsi il qat piu’ fresco è una gara tra gli yemeniti. Le auto stracariche discendono ogni mattina le valli del nord per trasportare foglie fresche alla capitale. E tra i crocicchi o nei luoghi piu’ improbabili ci si scambia il fogliame.

Si percepisce la bellezza dei luoghi. Si respira aria di fiaba dentro la cornice del frastuono. Da lontano, il nitore delle facciate, le miniature di certi decori, l’ incastro delle costruzioni, che aggrega e rende compatto il villaggio come in una unica grande casa.
A Shiban chiudono la grande porta di accesso delle mura la sera. Un rito antico, come nel passato all’epoca degli assedi.

Pasolini ha definito lo Yemen : “Il piu’ bel paese del pianeta”

Maurizio Paoli

Stone Town, Marzo 2007

A Seronera c’è un sacco in pvc appeso ad un ramo. Una corda lo trattiene e di sotto nella pancia c’è un erogatore che sgocciola acqua quanto basta. Una saracinesca spalancata ne regola il flusso, così che la doccia scende a stento o solo più veloce. Il calore della savana ha riscaldato la tela e un senso di piacere attraversa la schiena quando la sera è percorsa da quel poco d’acqua del Serengeti.
Ma il sacco si svuota in un battibaleno così a mezza via tocca calarlo, riempirlo di nuovo con le taniche e issarlo ancora su fino al ramo. La corda fa attrito. Da soli non ci si riesce. Alla fine ci si lava mentre il sole scende veloce nel tramonto rosso ed è subito notte. Con le stelle a non finire e gli ultimi fuochi della bella serata.
La notte d’Africa comincia così all’improvviso. I sogni e la fantasia della falsa paura ti accarezzano e quasi ti eccitano mentre i rumori delle fiere si confondono oppure si perdono tra quelli meno eroici dei facoceri e delle iene.
I racconti dei fatti accaduti riaffiorano nel sonno che ti accompagna con una atmosfera a mezza via tra il piacere, il timore un po’irreale e la fiducia in questa terra generosa, con il bisogno di abbandonarsi a lei, e alle sue regole antiche.
Il ritmo è scandito dalla luce, che compare e scompare regolare e veloce.
In Africa non si corre e si apprende l’attesa assieme all’allerta.

I leoni della savana sonnecchiano tra le erbe ma devono mangiare e lottare per questo. La loro pelle è scorticata e zeppa di piaghe. L’espressione sembra quasi sofferente per la fatica quotidiana che è toccata loro per affermare il proprio regno. Ma l’Africa è così, passionale, istintiva, sofferente, traboccante, odorosa e inebriante. La morte cede il passo alla vita e viceversa. Le sensazioni forti fanno da proscenio nel palcoscenico di questo luogo da sentire da dentro.

I laghi sono grandi fino all’orizzonte e lo sguardo fa pensare al mare. Gli uccelli a migliaia nidificano e vivono qui, dentro l’acqua salmastra. E gli Gnu migrano al cambio della stagione alla ricerca dell’acqua e di erba verde. Vecchi elefanti disegnano la silouette da lontano con le enormi orecchie e le zanne d’avorio.
Il cuore dell’Africa pulsa di continuo. E i vulcani affiorano enormi e fumanti dalle ceneri fresche dell’ ultima colata. La faglia della Rift Valley sembra davvero vivente e tormentata dai valli e dai crepacci.

I Masai stanno a guardare. Alti, avvolti nei loro drappi variopinti, con la lancia e le cicatrici tribali. Bevono sangue e latte di capra. Hanno bracciali e squarci nei lobi dell’orecchio per i monili con la ciprea incastonata. Loro hanno numerose mogli e vivono nella capanna di sterco. Temono i leoni, ma ci vivono accanto. Hanno lunghi capelli con treccine finissime. Piccole scuole di assi e i bambini col muco del naso che cola. Non conoscono il pane e non sanno che farsene se viene offerto loro.

Il Kilimanjaro spunta dalle nuvole a tratti. C’è la neve, quest’anno ancora di più. Le sue pendici sono dolci e opulente. La vegetazione trabocca di frutti di ogni tipo e le case di Marangu sono ordinate, pulite, curate. Una specie di birra di banana viene servita nei chioschi di passaggio e i mercati sono straordinari per varietà e colori. Ci sono i sarti di strada, gli arrotini, i calzolai e gli scrivani.
Una scuola più in la raccoglie tutti i bambini dei dintorni e un direttore corpulento e dolce li invita a cantare. Una cuoca cucina farina di mais ed il sole continua a tramontare veloce.

Stipati nei bus gli africani corrono fino a Dar tra scossoni e sorpassi. Dormono e si rannicchiano sopra i sedili con il capo coperto da una stoffa variopinta.
Nel passato recente venivano rastrellati a migliaia, per essere trasferiti e venduti a Zanzibar al mercato degli schiavi. I più deboli e feriti venivano abbandonati sulla battigia come carne putrida vivente in attesa di essere mangiati dal mare. I forti finivano ammassati sui vascelli per viaggi infiniti e senza ritorno. I più forti sopravvivevano, tutti gli altri morivano.
Un isolotto poco distante e ben in vista era stato il luogo della quarantena per i mercantili provenienti dall’oceano. I mali di allora erano il colera e la peste.

A Zanzibar ora ci sono le spezie, i vicoli colorati, le spiagge candide e le vele dei pescatori. Un palo di traverso sopra un albero, con un cencio srotolato di sotto e agganciato al bilancere. Le barche si muovono lentamente, non risalgono il vento. Bordeggiano calme in attesa della buona fortuna.

Maurizio Paoli

Lebanon Mountain Trail – Aprile 2009

Da El Qbaiyat a Marjaayoun in trenta giorni, in cammino tra i monti del Libano.
Tra fiori, villaggi sperduti, vigneti e tracce di guerra.

Ci inseriamo a Ain Zalta la sera dopo un arrivo frettoloso a Beirut. La notizia della partenza arriva davvero pochi giorni prima. Il team apripista di 6 hikers è già partito ed è in marcia ormai da settimane per inaugurare il sentiero. Incontriamo subito: Hana, Norbert, Christian, Wim, Liselotte, e Shamoun. Sono tutti davvero deliziosi e ci accolgono con un piatto di spaghetti al pomodoro. Questo accade sui monti del Libano, nel rifugio un po’ diroccato. Con tanti sorrisi e del buon vino.

Hanno molto da raccontare, e usciamo sotto le stelle. Norbert è istrionesco, ci parla della neve che hanno dovuto attraversare e poi della grandine di solo due giorni prima, che li ha costretti a riparare fradici in una casa di fortuna tra i cedri.
Lui è un fotografo di guerra che ha vissuto 17 anni a Cairo. Incredibile Norbert, la sua risata è contagiosa come la grandissima passione che trasmette per i vini del Libano.
Nella sua carriera ha visto ripreso e descritto di tutto e di guerra. Ha lavorato per Der Spiegel, Time, Al Jazeera, prima di lasciare l’Egitto. Dice di sé : ho sempre inseguito la libertà. E mentre parla mi prende sottobraccio e racconta della sua passione per i vini. Poi, in un momento dribbla e narra delle “cluster bombs”. Una piroetta e saltiamo in Egitto, alle foto scattate a Cairo durante l’attentato al bus dei turisti tedeschi.
Questa scena si svolge sotto il cielo di Orione, splendido e minaccioso come la sua spada.

Dormiamo profondamente. Abbiamo di fronte 140 Km da percorrere a piedi.
Di buon ora ci alziamo. Ho la percezione di essere entrato nel team. Sento il ritmo del risveglio, il piacere di rivedere i volti, il gusto di appartenere a quel gruppo. L’ impazienza di cominciare.

Il “Lebanon Mountain Trial”, è un sentiero, un percorso, a volte una traccia che attraversa il territorio Libanese da nord a sud per 440 km. Attraversa sistemi montuosi fino oltre 2000 mt, poi infiniti boschi di cedri, pianure, vigneti e oliveti. Una varietà di luoghi inaspettati e verdeggianti per un paese così assolato e non distante da deserti e pietraie.
Il sentiero è stato tracciato e realizzato in pochi anni da Ecodit, con il supporto di una ONLUS locale e di innumerevoli volontari. Loro hanno studiato il percorso che è stato suddiviso in tappe per raggiungere un villaggio la sera. Si dorme nei monasteri a volte, oppure nei rifugi, ma soprattutto nelle case dei privati. Una famiglia viene avvisata e mette a disposizione l’ alloggio per gli hikers. Cena e colazione compresa.

Hana Hibri è una scrittrice libanese. Lei parla arabo e ci aiuta a interagire con questi albergatori improvvisati, che la sera cucinano e imbandiscono la tavola all’ inverosimile. Per rendere omaggio a noi nel rispetto di una tradizione generosa e spontanea. Hana scriverà un libro su questa esperienza.
Il sentiero ha un significato anche simbolico. Un rannodamento virtuale, un tracciato di riappacificazione tra i villaggi dei monti di un paese dilaniato per 15 anni dalla guerra civile.

Nel Libano si contano ben 16 religioni, diramazioni dei ceppi principali : cristiani, musulmani, drusi. Un coacervo di confessioni che rende spesso i villaggi identificabili per prevalenza di fede. Una croce annuncia una chiesa cristiana, un minareto una prevalenza islamica. I Drusi sono più austeri e riservati. Erigono templi con un simbolo colorato, forse un fiore.
Molto spesso gli abitanti convivono e si rispettano. Il sentiero attraversa decine di questi villaggi a volte sperduti. Gli abitanti ti guardano ti scrutano un poco, sorridono a volte.
Le tracce della guerra sono ben visibili. I segni della mitraglia sui muri, sulle saracinesche arrugginite non appartengono al passato lontano. Quasi tutti ricordano la paura di quegli anni.
Lo scontro interno è iniziato nel 1975 e si è protratto fino al 1990.

C’è Sultan nell’ organizzazione !! Lui vive a Beirut e con il pullman ci segue di villaggio in villaggio. La mattina carica il bagaglio pesante. La sera lo recapita al villaggio di destinazione. Un uomo buono, simpaticissimo e molto presente.
Camminiamo di buon passo, percorriamo in media da 15 km fino a 25 km al giorno, a seconda del tracciato. Ogni sei tappe ci fermiamo un intero giornata per riposare.
Incontriamo i pastori sui monti, attraversiamo corsi d’acqua e cascate. Pianure ricolme di fiori e altre ricoperte di lunghe erbe lanceolate. E poi rocce calcaree e pietraie.
Al limitare dei boschi di cedri, ci sono delle piantine curate dall’uomo. Una organizzazione raccoglie fondi per “adottare un cedro”. Alla base una targa di metallo riporta una data e il nome del benefattore.

Liselotte è altissima e bionda. Una danese sposata a un Armeno che vive in Libano. La chiamano “sunshine”. Il suo sorriso è dolce e austero ad un tempo. La sua vita è stata segnata da un terribile lutto. Questo cammino le darà forza per riprendere a vivere serena.

Ad Hasbaiya incontriamo un nobile che vive nel palazzo. Ci racconta degli ambasciatori che hanno alloggiato da lui. Ci racconta dei crociati e dei segni che hanno lasciato, aggrappate sul muro di casa, ci sono delle formelle scolpite con i loro simboli.
I vinaioli del Libano ci introducono fieri nelle loro cantine. Spiegano e raccontano mentre riempiono bicchieri. E’ quasi inevitabile parlar di guerra. Non è ancora un ricordo quassù.

Christian con Shamoun conducono il gruppo, e tutte le sere fanno il briefing. Con attenzione ascoltiamo il programma del giorno, con le quote, le distanze, i tempi tra le battute scherzose.
Spesso è necessario il gps per orientarsi. I sentieri non sono ancora completamente tracciati e percorsi, è tutto nuovo, a volte da scoprire. Christian è il nostro riferimento. Sempre presente, attento, affidabile, esperto.

Portiamo il pranzo nel sacco sulle spalle ! Lo si prepara la mattina e verso l’una ci fermiamo all’ ombra più fresca che si trova. Una sosta per mangiare, scambiare qualche parola e riposare.
Un “power nap”, un pisolino ristoratore, per chi ci riesce.

Un caldo infernale imperversa sulla Beka, la valle che porta al sud. Le 10 ore di cammino quotidiane si fanno sentire, ma la volontà è forte. Il piacere supera di gran lunga la fatica.
La sera una buona doccia e una cena abbondante rigenerano le energie perdute.
Wim, “the hollandy” è il più alto del team. E’ silenzioso, sorride e ascolta tutto. Non è timido e nemmeno serio. Non parla quasi mai, però… risponde alle domande. La sua presenza trasmette tranquillità e buonumore.

Siamo in vista di Marjaayoun, la città è presidiata dai caschi blu. Ci accolgono giornalisti, fotografi, TV. Poi il ministro, il sindaco, l’assessore. Il telefono riprende campo. Arrivano le chiamate perse assieme ai messaggi inutili. E mentre intervistiamo i soldati dell’ ONU, ci accorgiamo di essere scesi nella realtà. Quella dei rumori, dei mestieri, delle auto, delle uniformi e del benessere.

A Beirut, la Svizzera del medio oriente, i cartelloni della pubblicità campeggiano sui fianchi dei grattacieli. Il traffico caotico scorre tra le case ricostruite e quelle sventrate dalle bombe, simboli di una memoria davvero recente. Christian racconta di aver giocato da ragazzo tra i carri armati nella piazza. Il pallone finiva regolarmente tra i cingoli che qualche militare rispediva a calci con piacere.
Una madre mi racconta delle sortite sotto le bombe. Della nascita del figlio durante la guerra e del timore dell’ oscurità che le è rimasto nella memoria. Così come l’ insonnia feroce che non l’ ha mai più abbandonata. Ma questo è solo un caso, come tanti.
Nella realtà Beirut trasuda vitalità, e tutto il paese risuona di una frequenza veloce. La guerra li ha svezzati alla vita. Sanno che il tempo della paura e della morte può tornare e scelgono l’ allegrezza del qui ed ora. Sono flessibili, amano molto la vita e il loro paese. In Libano si parla Arabo, ma anche Inglese, anche Francese “a la fois”. Loro “switchano” da una lingua all’altra con grande facilità. La mente è allenata. I libanesi sono commercianti abili che viaggiano per il mondo, ma che tornano a casa. Le loro donne lavorano oppure si occupano di casa, ma la differenza è poca. I ruoli non sono mai rigidi, e i loro costumi sono apertissimi. L’equilibrio delicato tra religioni, individua e caratterizza i quartieri senza mai costringere o limitare la figura femminile.

La cucina libanese è colorata. Per varietà, gusto, colori, sapori. Anche gli uomini amano cucinare e imbandire la tavola che viene letteralmente colmata da dozzine di piatti diversi e colorati. Una vera arte. La lunga spiegazione di cucina prelude il pasto.
Si beve vino e Araq, il liquore all’ anice e ci si alza davvero spossati.

Poi la serata continua nel pub. Le giovani donne con gli occhi neri e i lunghi capelli mossi e nerissimi, danzano e bevono birra. Sono attente, ti ascoltano nella lingua più facile.
Loro non sono abituate alla pace e così sanno apprezzare fino al fondo ogni momento di questa vita.
Sanno bene che può succedere di tutto nel volgere di poco. Mentire è tempo perduto.
La luce degli occhi dei Libanesi non è artificiale.

Noi, purtroppo, abbiamo dimenticato i rumori delle guerre. Gli scoppi delle granate. I familiari morti, gli arti amputati dopo lo scoppio delle “cluster bombs”. Viviamo di certezza e aspettativa. Anche di noia e di regole. La distrazione è una routine. Abbiamo davvero di tutto. Ci lamentiamo per poco. E spesso non riconosciamo più il piacere… delle piccole cose.

Maurizio Paoli

Agosto 2010 Lisboa

Il giro del mondo

Phileas Fogg ha girato il mondo in 80 giorni per scommessa, ed è per il rotto della cuffia che il personaggio creato da Jules Verne è arrivato a Londra, al Reform club cinque minuti prima dello scadere del termine, assieme al fedele Gambalesta. Una vicenda immaginaria e appassionante. Verne studiava le carte, leggeva racconti, non amava viaggiare.

A Lisboa il sogno si è trasformato in realtà, il verbo trasmutato in carne. Nel metrò elegante e spazioso campeggiano le scritte, i motti , i carteggi delle rotte oceaniche. I nomi dei navigatori, i più grandi. Pionieri, scopritori folli che coi legni e il mastro d’ascia a bordo hanno solcato i mari, varcato capi e stretti fino a ”girare il mondo”.
A bordo gli uomini, sdentati per scorbuto, e i barili di tinto per nutrire gli animi.
Fuori la nave gli Alisei che soffiano costanti e ti spingono giorno e notte fino al Brasile con
le stelle per guida. A bordo gli strumenti rudimentali per i calcoli della rotta. A poppa la cime coi nodi che emergono per velocità e sfiorano il mare. La sfera armillare tra le mani per studiare la volta celeste.

E così Bartolomeu Dias doppia il capo di buona speranza e Dom Vasco da Gama, conte di Vidigueira salpa con la San Gabriel per far ritorno solo due anni dopo. Giù per le rotte del Mozambico, fino all’ India.
Poi ancora Magellano parte con la sua “Victoria”per girare il mondo” verso ovest in cerca dell’est.
Sono i nomi del “descubrimiento”. Quelli dei marinai che hanno reso grande questo paese di 500 km per 200.
Loro sono presenti nei saloni del metrò, negli azuleijos dipinti sui muri dei palazzi, nei chiostri, nelle Sé delle vecchie capitali. Vivono ancora nella audacia dei ponti, nella fantasia delle architetture e i loro nomi evocano le immagini Foscoliane che : ”a egrege cose il forte animo accendono”.

Erano molti i portoghesi che partivano per mare alla volta di terre lontane. Chi restava era assalito da tristezza e nostalgia. E’ facile immaginare la “saudade” di una donna che canta mentre attende il suo amato… La “saudade” non è rimpianto. Piuttosto tristezza per mancanza, speranza e fede per il futuro.
Il fado, la racconta per i vicoli di Lisboa in un canto imbibito di malinconia, ma anche di emozione per quello che sarà. Una melodia composta, mai invadente. Quella di un popolo abituato all’ attesa di una terra in vista per i marinai lontani, di un ritorno a casa per chi resta.

Il Tago lento e maestoso fa da spalla a Lisboa, alle piazze di questa grande città. Azzerata dal terremoto, lei risorgerà ancora più bella, con le strade ripide tra torri, monasteri, e cattedrali e il tram che ti porta su per le vie lastricate a sfiorare le case nelle strettoie.
Negli slarghi dell’ Alfama i ristoranti del fado posano tavoli nei modi più improbabili e i cantanti si alternano appassionati, accompagnati da musici con chitarra e mandola.
Ne Bairo alto non si cammina la sera. La folla dei giovani della caipirina è impenetrabile. I taxi si avventurano a volte per quelle strade e avanzano solo grazie alle urla di qualcuno che annuncia :

Al Cafè Brasileiro c’è il bronzo di Pessoa seduto nel luogo che più amava frequentare.
Nel monastero Dos Jeronimos, nel quartiere di Belem, sul marmo del suo sepolcro è incisa la dolce poesia di Ricardo Reis:

Para ser grande, sê inteiro: nada
Teu exagera ou exclui.
Sê todo em cada coisa. Põe quanto és
No mínimo que fazes.
Assim em cada lago a lua toda
Brilha, porque alta vive

Lisboa,14 february 1933

E più a nord sorge Coimbra, la città degli studi, dove gli studenti indossano le cappe nere
per la cerimonia della laurea. La stessa cappa che ha reso famoso il Dom. Quello di Mr Sademan, l’ ideatore del celebre Porto. Quello vecchio di venti , trenta, quaranta, cent’ anni ! Incredibile.
La città del “passito”, vive sulle sponde del Douro che arriva al mare attraverso la valle opulenta dei vini e degli olivi. Un susseguirsi mai interrotto di terrazzamenti di viti su per i rilievi e giù fino al fiume.

Verso est ci sono i castelli sui colli. Con le mura che seguono i pendii. Grandi, possenti e quieti. Come Castelo de Vide, oppure Marvao. A Monsanto invece si assapora l’ aria antica di un luogo fermo nel tempo dove il progresso non arriva. E a Tomar vivevano i templari.
Poco distante da Evora ci sono i Dolmen e a Setubal la caverna di con le tracce
dell’ uomo di Neanderthal quello che ha segnato il passaggio dal primate all’ homo sapiens.
A Evora un tempio romano campeggia sopra una piazza e un acquedotto quasi intatto attraversa la sua valle.

E poi… il grande mare. L’ Atlantico gelido, ventoso e poco ospitale, che fa da cornice alle più belle città della costa orientale.

E’ guardando il mare che un uomo anziano seduto sulla panchina fuori del museo, racconta della sua vita errante. In una lingua poco comprensibile, con occhi luccicanti e gran memoria. Si emoziona e afferma che il portoghese è parlato nel mondo intero e si sente fiero di appartenere alla storia della sua gente. Questo lo rende sicuro, lui si riconosce nell’ idioma, nei racconti della tradizione nelle musiche, nei grandi eventi così come nella decadenza, e poi nella ripetizione delle piccole cose. Quelle della vita quotidiana .

Lui ha dentro sè uno spazio, un contenitore colmo di emozioni e, come capita a chi naviga, mentre parla lascia trasparire la disposizione più segreta dell’animo. Quasi un sostegno e nutrimento per il viaggio. Curiosità e stupore abitano questo spazio.

E si rinnovano… al ritmo lento di questo paese.

Maurizio Paoli

3 aprile 2012, Mumbay

Chi non ha sognato un viaggio in India, tra mucche, sadu, palazzi, derelitti, colori gialli e rossi accesi ? Forse ora il disincanto per le cose già viste, oppure il rinnovamento della nuova era hanno cambiato un poco il volto di questo paese tanto amato. Quando arrivi in città, la baraonda ti avvolge e ti aspira in una danza che stordisce e incanta tra suoni, strilli e rumori non più nuovi. Alla novità e allo stupore fanno posto la familiarità, il ricordo di sensazioni care e conosciute. La percezione della vita che palpita veloce e genera emozioni che conducono a casa. Lo spettatore attento trova ristoro in questa terra di miseria e opulenza. L’ India ti accoglie così. Festosa e odorosa tra sguardi attenti e intriganti, con l’ invito a cercare dentro il particolare. Come se tutto fosse novità e nulla mai scontato. La capacità di sapersi meravigliare del conosciuto trasporta nel qui ed ora come in un rito sciamanico dove traffico rumore e caos sono i catalizzatori della percezione sinestetica. La mente si ferma assieme ai bisogni, la misura i giudizi, le categorie e i pensieri. Siamo qui, il futuro deve ancora arrivare e il passato non è più. Solo la presenza agisce, assieme alla “quietudine” dell’ essere che si manifesta, ricuce e riannoda il contatto con l’interiorità.

Benares è la città santa, e tra i vicoli un piccolo corteo rumoroso si fa strada nel traffico bloccato. Un’ anima morta avvolta nel sudario variopinto è adagiata sulla barella di bambù e trasportata a braccia giù fino ai ghat crematori. Altri tamburi si accodano al corteo e nei vicoli una campana impazzita suona e annuncia l’ arrivo della salma avvolta di rosso. La pira è già pronta, il monatto fa posto e fa fuoco. Lentamente e quasi distrattamente la brace consuma corpo, legno e sudario mentre un vampiro ti chiede dei soldi per assistere alla scena.
A poche braccia di fiume i pellegrini entrano in acqua col corpo e si lavano, si aspergono e pronunciano mantra, preghiere o invocazioni mentre accanto i lavandai fanno il bucato. Loro lavano e strizzano panni e sahari coloratissimi roteando e sbattendo l’ indumento sulla pietra.
All’ alba inizia la preghiera al sole che nasce. La sera al sole che se ne va.

I vicoli a ridosso dei ghat brulicano di attività. Venditori, artigiani guide improvvisate o fannulloni sembrano sempre indaffarati mentre altri se ne stanno immobili a pregare o ad assistere alla scena.
Ci sono tempietti nei cortili e gran profumo di incensi. Uomini in moto passano con la fronte dipinta di giallo. Il colore che protegge dal karma. E gli “uomini cavallo” con le gambe magrissime spingono sul triciclo colmo di merci o passeggeri. A volte scendono per la fatica e spingono.
Il cibo di strada è cotto nell’ olio stracotto, dentro pentole nere di fumo. E viene servito nella carta del giornale. Un Sadu cammina elegante ed eretto dentro una tunica bianca. I capelli lunghissimi sono raccolti sul capo. Tra le mani una specie di gavetta per cibo e poi un bastone. Lui ha scelto di vivere così.

In un villaggio Jainista uomini completamente nudi camminano per strada e manifesti murali li ritraggono per “santità”. Nel cortile di un monastero ne avvicino uno. Spiega che era stato un commerciante, poi ad un punto della vita ha scelto di vivere nudo.
Così se da una parte l’ India rincorre a rotta di collo il modello occidentale del benessere e del consumo, allo stesso tempo conserva e mantiene intatta la percezione più spirituale ed elevata della vita, intesa come : passaggio verso una successiva. Speriamo migliore.
Speranza dunque, assieme a accettazione/rassegnazione rendono sopportabili condizioni di vita davvero incredibili. L’ immaginazione fa da ponte con gli dei curiosi dai volti animaleschi e le fattezze umane, fino ad erigere statue enormi nel cuore della città e a fianco di edifici moderni.
Il coacervo di religioni non riesce ad incurvare l’ immaginifico degli indiani. Anche i mussulmani sfilano in processioni improvvisate nel cuore della notte, con buoi che tirano il carro di una finta moschea in cartapesta bianca. Una ventina di persone al seguito strilla e batte tamburi intonando slogan all’ una di notte.
Una polifonia di canti, pensieri, credenze, cori, speranze, colori, energia. La follia e il delirio (uscir dal solco… ndr) sono argomenti occidentali legati alla norma, a una regola che gli indiani disconoscono. Uniformare, omologare, organizzare è occidentale. Immaginare è indiano. Come se il governo della mente avesse ben poco potere sulle cose che accadono. Come se un accidente di destino (speriamo benevolo) ci avesse catapultati in questa vita non cercata e non desiderata per condurci chissà dove. Ogni sforzo per uscire da questo stato è dunque vano e dispendioso ?

Il Taj Mahal incanta ancora al tramonto. Tinto di rosa ti accompagna fino alla sera sullo sfondo opaco del cielo carico di umido. Un mausoleo enorme che sembra galleggiare leggero. E Orcha con i suoi palazzi racconta gli sfarzi del passato. L’ India intera racconta di una storia davvero fantasiosa e fantastica.
A Omkareshwar due fiumi si incontrano e in questo punto i sadu si immergono nell’ acqua per preghiera. Un luogo sacro perché la forca che formano i due fiumi circonda un isolotto a forma di Om. Il simbolo e anche il suono sacro che intonano monaci.
Un sadu entra in acqua e lascia le sue poche cose sulle pietre. C’è un pentolino, una tunica e… un cellulare. Anche sui ghat di Benares ci sono cellulari e anche sui risciò.
I vagabondi delle stazioni ferroviarie dormono per strada, così come i derelitti di Mumbay. Anche loro hanno un cellulare. E’ molto strano il disincanto che procura la vista di un telefono. E’ come se l’ immagine della sacralità fosse profanata irrimediabilmente. Che ci fa un sadu col cellulare ?
Il karma può essere manipolato ? Qualcosa è cambiato ? Che fine ha fatto la mia India ?

“Il dolce dondolio del capo” è rimasto, per fortuna. Un movimento che ricorda la parte bambina di questa grande anima indiana. Questo ammiccare dolce che trasmette : consenso. Un segnale di accordo nella transazione relazionale, ma anche di piacere nell’ esternare allegria. Un “va bene” ti ascolto. Ti do la mia attenzione. Vorrei dire no, ma non oso, te lo faccio capire annuendo.

Percepisco un mondo davvero magico malgrado tutto. Un luogo per chi ama ancora immaginare. Un animo bambino quello degli indiani. Così disposto a rispondere a un sorriso. A ridere di se e a guardare gli astanti diritto negli occhi. Alla stessa altezza. Come se l’ anima fosse sempre salva e la condizione sociale o il denaro, dettagli di poco conto.
Sento l’India (certamente ancora per poco) come un unico grande respiro, pietra angolare di un mondo disassennato (il nostro) dove il benessere è merce di scambio e non più uno stato dell’ animo.
Ammiro “la follia” di questo luogo dove le ragioni dell’ essere superano ancora le mandibole dell’ avere. Dove i luoghi di preghiera sono decorati con scene erotiche e dove uomini nudi girano per strada per scelta.
Voglio immaginare che resti così ancora per un poco, che non venga travolta dall’ onda lunga di un pensiero malato. Il nostro appunto.

Maurizio Paoli

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